29) Machiavelli. La golpe et il lione.
Ancora emerge lo sforzo del Machiavelli di tenere distinta la
sfera dei desideri, degli ideali, dei sogni dalla verit
effettuale della cosa. Questa tensione dialettica fra
un'antropologia senza illusioni da una parte ed il desiderio di un
uomo e di un mondo diversi dall'altra costituisce il fascino
profondo del suo capolavoro. E il fatto che alla fine la forza
dell'ideale prenda il sopravvento con l'esortazione ad capessendam
Italiam in libertatem a barbaris vindicatam rende il suo pensiero
ancora pi interessante.
N. Machiavelli, Il Principe, capitolo diciottesimo (pagina 19, n.
70).

Quanto sia laudabile in uno principe mantenere la fede, e vivere
con integrit e non con astuzia, ciascuno lo intende: non di manco
si vede per esperienza, ne' nostri tempi, quelli prncipi avere
fatto gran cose che della fede hanno tenuto poco conto, e che
hanno saputo con l'astuzia aggirare e' cervelli delli uomini: et
alla fine hanno superato quelli che si sono fondati in sulla
lealt.
Dovete adunque sapere come sono dua generazione [modi] di
combattere: l'uno con le leggi, l'altro, con la forza: quel primo
 proprio dello uomo, quel secondo delle bestie: ma perch el
primo molte volte non basta, conviene ricorrere al secondo. Per
tanto a uno principe  necessario sapere bene usare la bestia e lo
uomo. Questa parte  suta insegnata a' principi copertamente
[ricorrendo alla mitologia] dalli antichi scrittori; li quali
scrivono come Achille, e molti altri di quelli principi antichi,
furono dati a nutrire a Chirone centauro, che sotto la sua
disciplina li costudissi. Il che non vuol dire altro, avere per
precettore uno mezzo bestia et mezzo uomo, se non che bisogna a
uno principe sapere usare l'una e l'altra natura; e l'una sanza
l'altra non  durabile.
Sendo adunque uno principe necessitato sapere bene usare la
bestia, debbe di quelle pigliare la golpe et il lione; perch il
lione non si defende da' lacci, la golpe non si defende da' lupi.
Bisogna adunque essere golpe a conoscere e' lacci, e lione a
sbigottire e' lupi. Coloro che stanno semplicemente in sul lione,
non se ne intendano. Non pu per tanto uno signore prudente, n
debbe, osservare la fede, quando tale osservanzia li torni contro,
e che sono spente le cagioni che la feciono promettere. E, se li
uomini fussino tutti buoni, questo precetto non sarebbe buono; ma,
perch sono tristi e non la osservarebbano a te, tu etiam non
l'hai ad osservare a loro. N mai a uno principe mancarono cagioni
legittime di colorire [simulare] la inosservanzia. Di questo se ne
potrebbe dare infiniti esempli moderni, e monstrare quanta pace,
quante promesse sono state fatte irrite [prive di valore legale],
e vane per la infidelit de' principi: e quello che ha saputo
meglio usare la golpe,  meglio capitato. Ma  necessario questa
natura saperla bene colorire, et essere gran simulatore e
dissimulatore: e sono tanto semplici li uomini, e tanto obediscano
alle necessit presenti, che colui che inganna troverr sempre chi
si lascer ingannare.
Io non voglio delli esempli freschi tacerne uno. Alessandro sesto
non fece mai altro, non pens mai ad altro che ad ingannare
uomini, e sempre trov subietto da poterlo fare. E non fu mai uomo
che avessi maggiore efficacia in asseverare, e con maggiori
giuramenti affermarsi una cosa, che l'osservassi meno; non di
meno, sempre li succederono li inganni ad votum [secondo il suo
desiderio], perch conosceva bene questa parte del mondo.
A uno principe, adunque, non  necessario avere tutte le
soprascritte qualit, ma  bene necessario parere di averle. Anzi,
ardir di dire questo, che avendole et osservandole sempre, sono
dannose, e parendo di averle, sono utile; come parere pietoso,
fedele, umano, intero, relligioso, et essere; ma stare in modo
edificato [predisposto] con l'animo, che, bisognando non essere,
tu possa e sappi mutare el contrario. Et hassi ad intendere
questo, che uno principe, e massime uno principe nuovo, non pu
osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti
buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo stato, operare
contro alla fede, contro alla carit, contro alla umanit, contro
alla religione. E per bisogna che elli abbi uno animo disposto a
volgersi secondo ch'e' venti e le variazioni della fortuna li
comandono, e, come di sopra dissi, non partirsi dal bene, potendo,
ma sapere intrare nel male, necessitato.
Debbe adunque avere uno principe gran cura che non li esca mai di
bocca una cosa che non sia piena delle soprascritte cinque
qualit, e paia, a vederlo et udirlo, tutto piet, tutto fede,
tutto integrit, tutto umanit, tutto relligione. E non  cosa pi
necessaria a parere di avere, che questa ultima qualit [la
religione]. E li uomini in universali iudicano pi alli occhi che
alle mani; perch tocca a vedere a ognuno, a sentire a pochi.
Ognuno vede quello che tu pari, pochi sentono quello che tu se'; e
quelli pochi non ardiscano opporsi alla opinione di molti, che
abbino la maest dello stato che li difenda: e nelle azioni di
tutti li uomini, e massime de' principi, dove non  iudizio da
reclamare [un tribunale a cui presentare una protesta], si guarda
al fine. Facci dunque uno principe di vincere e mantenere lo
stato: e' mezzi saranno sempre iudicati onorevoli, e da ciascuno
laudati; perch el vulgo ne va preso con quello che pare e con lo
evento della cosa; e nel mondo non  se non vulgo; e li pochi ci
hanno luogo quando li assai hanno dove appoggiarsi. Alcuno
principe de' presenti tempi, quale non  bene nominare, non
predica mai altro che pace e fede, e dell'una e dell'altra 
inimicissimo; e l'una e l'altra, quando e' l'avessi osservata, li
arebbe pi volte tolto o la reputazione o lo stato.
N. Machiavelli, Il Principe e Discorsi, Feltrinelli, Milano, 1960,
pagine 73-74.
